Politica e Sanità

mag252021

Passaggio a dipendenza Mmg, Fimmg a Gabanelli: tesi precostituite e irrispettose dei colleghi morti per il virus

«Una ipotesi di riforma delle cure territoriali che non ha niente di nuovo, che ripercorre modelli vecchi e fallimentari, che confonde l'assistenza con l'edilizia sanitaria, l'agilità della risposta con la gerarchizzazione della medicina di famiglia». Con il segretario nazionale Silvestro Scotti, la Fimmg boccia la proposta di portare i medici a dipendenza acclusa nell'addendum al Recovery Plan di cui dà notizia il Corsera. E boccia anche il modo con cui la novità è stata introdotta dalla giornalista Milena Gabanelli non solo nell'articolo ma anche nella rubrica DataRoom del Tg La7.

Rispetto alla "vulgata" secondo cui di fronte al primo picco pandemico i medici di famiglia in parte si ritirarono lasciando che i malati si affollassero nei pronti soccorso, Scotti replica che la categoria fu spiazzata da un indirizzo iniziale che portava i pazienti in ospedale via 118 e che con Fimmg e Simg chiese di gestire il Covid sul territorio. Tirare in ballo oggi i medici per aprire il dibattito sul loro approdo alla dipendenza, di cui da tempo in realtà si parla, è poco oggettivo nonché irrispettoso dei morti per il virus. «Qualcuno ci dovrebbe spiegare il numero di morti e contagiati tra i medici di famiglia, con una età media più bassa delle altre aree mediche (64 anni verso 68 anni dell'area ospedaliera), facendo semplicemente i "passacarte", come siamo stati definiti. Se costei (Gabanelli ndr) si fosse seriamente informata, avrebbe saputo che l'iniziale uso improprio dell'accesso agli ospedali come gestione della pandemia è stato figlio di un indirizzo dato dagli esperti dei comitati tecnici scientifici, tutti sempre composti da medici di chiara fama ma senza nessuna presenza autorevole del territorio. Il messaggio dato ai cittadini era che in presenza di sintomi simili influenzali si doveva chiamare il servizio di emergenza 118, con il risultato di far saltare le centrali operative e di portare il contagio nei Pronti Soccorso e negli ospedali. Se poi si approfondisse, ci si accorgerebbe che solo a seguito di una proposta del sottoscritto a nome di Fimmg e Simg, accolta dalla sensibilità del ministro Speranza, siamo stati noi medici di famiglia, auditi dal Governo, a chiedere e ottenere che si cambiasse il messaggio, e che prima di accedere a qualunque presidio sanitario bisognava con quei sintomi contattare il proprio medico di famiglia, cosa che ha cambiato la storia della pandemia ma evidentemente non è servita a superare i preconcetti di un'area elitaria di pensiero. Se si volesse parlare del ruolo della medicina generale durante la pandemia, mentre gli ospedali convertivano tutte le attività solo per il Covid, ci si dovrebbe chiedere chi assisteva i cittadini sulle restanti problematiche: cronicità, assistenza dei Covid meno gravi - milioni curati a casa - continuità di cura e accesso a farmaci. Basterebbe portare l'esempio dei piani terapeutici rinnovati automaticamente perché indisponibile la risposta specialistica».
Non è finita. «Quando si citano i contratti per sentito dire - non mi risultano studi giuslaburisti di tale giornalista - (...) forse, si può legittimamente sospettare che quanto interessa del fenomeno è l'indirizzo che si è già deciso di dare all'argomento, ovvero la distruzione del presidio sanitario più gradito ai cittadini da decenni, forse per consegnarlo ad una dipendenza privatistica e di affari». Scotti invita Gabanelli a un confronto alla presenza dei cittadini.

Ma tra i sindacati il pensiero sul passaggio a dipendenza dei Mmg non è unanime. Il segretario nazionale di Fp Cgil medici e dirigenti Ssn Andrea Filippi in un comunicato ricorda che nel New Deal per la salute, presentato 7 mesi fa a Roma, si sottolineava «la necessità di rivedere i rapporti di lavoro dei Mmg, ancora libero professionisti in convenzione con il Ssn (...); per garantire servizi socio sanitari territoriali integrati ed efficienti ai cittadini è necessario che i medici convenzionati di medicina generale e specialistica ambulatoriale passino ad un rapporto di lavoro di dipendenza con il Ssn, soprattutto quelli che lavoreranno nelle case di comunità previste dal Pnrr». Per Filippi, la dipendenza «non è un problema di governo dei medici, ma per prima cosa un problema di diritti e tutele contrattuali negate ai medici convenzionati e poi anche organizzativo nella gestione dei servizi integrati. Le case di comunità, centro territoriale strategico per la presa in carico delle persone, non possono funzionare nella frammentazione dei rapporti di lavoro. È falso - conclude Filippi - che il rapporto fiduciario medico-paziente si esprima solo nell'attività del medico single practice libero professionista. La fiducia dei cittadini è tanto più solida quanto è più sostenuta in servizi multiprofessionali integrati e organizzati dove il medico possa sentirsi tutelato e non abbandonato come avvenuto durante la pandemia».

Mauro Miserendino
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