Politica e Sanità

lug262021

Pnrr, Palmisano (Assobiotec): occasione unica per investire in ricerca

La pandemia ha evidenziato l'importanza della biotecnologia, le armi che abbiamo usato contro il Covid-19 sono biotecnologiche, dalla sequenziazione del genoma del virus alla diagnostica molecolare fino ai vaccini e agli anticorpi monoclonali. Può ora il Recovery Plan che ci viene in soccorso dare una spinta alla ricerca italiana? Doctor33 ne parla con Riccardo Palmisano presidente Federchimica Assobiotec e manager al vertice di grandi aziende nazionali e internazionali.

«Il Next Generation Eu ci mette in una condizione unica per unire le eccellenze e costruire un ecosistema e un processo di filiera per competere con chi in questo mondo è più avanti di noi», dice Palmisano. Imperativo, aumentare gli investimenti in ricerca. «Siamo fermi all' 1,3% del prodotto interno lordo cioè a tassi dimezzati rispetto alla Germania e molto inferiori a Israele, Svizzera. Inoltre, dobbiamo puntare sul trasferimento tecnologico, in Italia siamo prolifici quanto a pubblicazioni per ricercatore ma brevettiamo poco ed industrializziamo ancor meno». Ma soprattutto, «l'Unione Europea ci chiede di avviare un processo di deburocratizzazione: un cambio di passo è urgente. Siamo sotto procedura di infrazione per la normativa sulla sperimentazione animale, non abbiamo recepito le norme Ue per la sperimentazione clinica, siamo lenti nell'approvare nuove facility autorizzative e nell'attribuire prezzi ai nuovi farmaci: è necessario potenziare l'organico Aifa e qui non servono miliardi ma investimenti mirati. Tra l'altro, incrementare gli studi clinici nel nostro paese porterebbe non solo risorse a Irccs, atenei ed ospedali avanzati ma anche nuove competenze; e sgraverebbe il servizio sanitario pubblico di costi importanti di terapie, in quanto nel trial il paziente, sia del gruppo sperimentale sia di quello di controllo, è a carico dello sponsor». Per Palmisano, l'Italia deve scegliere anche il profilo produttivo che intende rivestire in futuro nel settore, «fatto di alte eccellenze, maestranze stimate, ma focalizzato su prodotti di sintesi chimica e fuori brevetto e con un costo del lavoro del 30% inferiore al Nord Europe. Siccome l'80% dei nuovi prodotti è biotech, dobbiamo scegliere se candidarci a sperimentare e produrre nuovi farmaci biologici o se diventare contoterzisti del mondo».
Altro punto dolente, la digitalizzazione. «In questo anno e mezzo abbiamo compreso come la salute sia la base di un'economia, dunque non un costo ma un investimento. L'innovazione di processo a supporto delle life sciences ci farebbe ottimizzare un patrimonio largamente inespresso. Ad esempio, scontiamo la mancata connessione tra ospedale e territorio; il governo sta rivisitando l'organizzazione della medicina del territorio; ma servirebbero hub diagnostici extra-ospedalieri che coinvolgano i medici di famiglia, ed una rete informativa che permetta ai dati sanitari di fluire tra professionisti diversi senza che questi si debbano ogni volta cercare ex novo. Infine, serve una regia nazionale per evitare il regionalismo esasperato in sanità».

Nelle imprese biotech, Palmisano auspica una "cross fertilization tra varie discipline e ruoli. «L'università è garanzia d'eccellenza (i giovani italiani sono al 2° posto in Europa nell'ottenere i grant comunitari) ma accanto a biologi, biotecnologi, informatici abbiamo bisogno di bioingegneri, bioinformatici, biostatistici, competenze scientifiche che si sommino a competenze di business ed economiche. Una nostra indagine sui centri italiani di trasferimento tecnologico mostra che gli addetti a questa funzione sono sotto il 4% del personale e hanno budget medi risibili da 300 mila euro nonché competenze amministrative e legali che servono a scrivere contratti ma non ad attirare capitale. All'estero, ci sono PhD ed oncologi formati in modo da trasformare buona scienza in un business plan e di far capire ad eventuali investitori se avranno ritorni. Va pure rivista l'informazione medico scientifica, oggi siamo alla medicina personalizzata; e ci vuole una crescita nel settore pubblico, non possiamo autorizzare farmaci I-Car con i sistemi di 30 anni fa -dice Palmisano - servono competenze che incrocino diagnostica e farmaceutica». Il Pnrr dunque «è un'ultima spiaggia, se perdiamo l'occasione di realizzarlo rinunciamo ad un ruolo di preminenza nelle life sciences. Ci avvantaggia avere un premier e dei ministri che non hanno scopi elettorali, e possono permettersi di impostare normative di lungo respiro. Il Pnrr ci spinge a realizzare finalmente i decreti attuativi, ad eliminare norme che complicano la vita a chi investe, a semplificare l'interazione con l'università, a fare spin off e puntare sui brevetti. Ma non abbiamo tanto tempo, se perdiamo questa chance, del Recovery ai nostri figli resteranno solo i debiti».

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