Politica e Sanità

set202021

Pronto Soccorso, medici e infermieri in fuga. Le ragioni delle mancate iscrizioni a medicina d'urgenza secondo Simeu

Immaginiamo una squadra di calcio che, in un campionato difficile, il più difficile, abbia solo una piccola parte di titolari tesserati: per arrivare a undici ogni partita bisogna ingaggiare qualcuno. E questo qualcuno cambia sempre, e le partite non sono ogni domenica, ma ogni 24 ore, anzi, ogni turno la formazione cambia. Un film di fantascienza? No: una descrizione di come potrebbero diventare i pronto soccorso italiani, con le loro équipe sempre più precarie, le dimissioni in massa - soprattutto di infermieri, denunciate dal sindacato Nursing-up - il disamoramento dei medici e il ricorso ad esterni precari per sostituirli.

Dopo il ciclone-Covid quest'anno nella specialità di Medicina di Emergenza Urgenza erano previste 1187 nuove borse di studio. Ma di specializzandi, denuncia la Società italiana medicina di emergenza-urgenza (Simeu), ne sono entrati in 631, con ben 456 borse non assegnate per mancanza di candidati. Ad allontanare i neolaureati, la prospettiva di turni massacranti - denuncia Simeu - la paura di ripercussioni legali sulle decisioni prese, l'impossibilità di svolgere la libera professione, a differenza di quanto concesso ad altri specialisti. Argomenti omogenei porta Nursing Up per spiegare gli abbandoni in Toscana: superlavoro spiegato dai ricambi scarsi ed a singhiozzo dovuti alla cronica mancanza di personale, paghe ridicole, scarsa valorizzazione, alto rischio di contagi Covid. Salvatore Manca, presidente nazionale Simeu conferma la presenza di una crisi «ancor più pericolosa nel quadro di una pandemia che espone chi lavora in quest'area a un carico di lavoro pesante e a un maggior rischio di contagio: è proprio in Pronto soccorso che viene gestito l'arrivo in ospedale di pazienti positivi, anche se asintomatici. Abbiamo lottato per avere un numero maggiore di borse di studio - denuncia Manca in una nota - ma i giovani medici sono sempre meno incentivati. Inoltre, da qualche anno la specializzazione in Medicina di emergenza urgenza non viene portata a termine da molti che l'hanno scelta ma poi sono riusciti ad entrare in un'altra specialità. Ma perché il lavoro in Ps, quello che nei film è il più gratificante per un medico, è finito all'ultimo posto nelle scelte?
«Io ho 40 anni in emergenza-urgenza alle spalle, è una scelta di vita - sottolinea Manca a Doctor33 - ma Regioni ed Asl non la valorizzano. Intanto gli ospedali invecchiano, e ancor più i pronto soccorso. Si lavora con organici carenti. E, a differenza che per infettivologi, virologi, anestesisti ed igienisti, l'apporto dei medici di Ps non è stato riconosciuto a nessun livello in questa pandemia. Nessuno ricorda che da noi transitavano tutti i pazienti e in assenza di linee guida siamo stati noi a costruire percorsi differenti tra Covid e non Covid per salvaguardare gli accessi da possibili contagi. Come abbiamo risposto quando nei picchi pandemici la medicina territoriale è entrata in crisi. Adesso i neolaureati si interrogano: la loro specializzazione di 5 anni a tutto campo è usata per lenire mal di denti, gestire piccoli traumi, cure effettuabili sul territorio. E operano in strutture sempre più inadeguate ad affrontare urgenze da "prima linea". L'attività nasce usurante, ma come tale non è riconosciuta. Aumentano le aggressioni perché la gente è esasperata, prima sono stati tagliati i letti portandoli al rapporto più basso in Europa in relazione agli abitanti, ora ci si lamenta che i malati stazionano giorni nei corridoi. Queste variabili fanno sì che i colleghi scartino subito il lavoro in Ps, complice una politica che non ha mai ascoltato sindacati e società scientifiche rappresentanti dell'Urgenza, quando chiedevamo di valorizzare percorsi e carriere. Prevalgono le ragioni del clientelismo, dei grandi numeri». Come si rimedia? «Lo specialista in Medicina di Emergenza Urgenza vuol fare l'emergenzista, vuole poter accedere ai servizi 118, ma gli è precluso, là si preferisce un medico che ha alle spalle un corso di tre mesi: se vuoi salire in ambulanza devi aggiungere quei tre mesi al titolo di specialità quinquennale in Medicina d'urgenza. Una ridicolaggine! Noi contestiamo il disegno di legge Castellone di riforma dell'Emergenza sanitaria territoriale e chiediamo la possibilità di operare sui mezzi di soccorso come medici di un'emergenza che non è territoriale ma pre-ospedaliera, oltre che di lavorare nelle terapie sub-intensive e nell'Osservazione breve».

Negli ultimi anni è cresciuto anche l'apporto nei Ps di medici di cooperative a fianco del personale interno. Alcune regioni, come la Toscana, hanno affiancato gli specializzandi in medicina interna e discipline equipollenti. Anche questi tentativi per Manca sono fonti di confusione. «Le coop sono "figlie" e non causa del problema delle carenze d'organico, ma per il cittadino in urgenza la risposta adeguata non è il medico di eterogenea provenienza che gira gli ospedali delle regioni italiane senza conoscere turni e modalità organizzative, bensì il medico specialista formato con esperienza di servizio specifica. Lo stesso dicasi per gli specialisti d'organo ed equipollenti che pure possono concorrere per un incarico di direzione di struttura senza mai avere fatto un giorno in pronto soccorso. Se le prospettive per un medico di emergenza si chiudono anche la disciplina chiude e con essa, temo, i pronto soccorso».

Mauro Miserendino
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